“Premessa

Quali sono gli ultimi che deve includere la scuola oggi? Gli sforzi volti a rendere la scuola pubblica accessibile sono sotto gli occhi di tutti e sarebbe ingiusto affermare che ci siano categorie di persone escluse a priori dalla possibilità di andare a scuola e istruirsi. Forse, la cosiddetta scuola dell’inclusione, oggi ha un altro significato e i potenziali esclusi sono una categoria trasversale che include:
– i bambini che hanno modi luoghi e tempi di apprendimento divergenti (gli ormai famosi BES, Bisogni Educativi Speciali) rispetto a una presunta normalità; bambini spesso sovrabbondanti scambiati per insufficienti, troppo veloci o troppo lenti, disturbati…
– gli insegnanti appassionati, istruttori e educatori con sensibilità raffinate sottopagati o paralizzati dalla rigidità dei programmi, dall’invadenza dei genitori, messi a dura prova dall’arroganza degli studenti, dal carico di lavoro, dalla discontinuità didattica…
– i presidi e dirigenti subissati da incombenze burocratiche, bandi di concorso, conti che non tornano, arbitrati fra docenti, intemperanze degli studenti, lamentele dei genitori per le ragioni più impensate… C gli educatori senza esperienza, cui assegnano n. bambini con diagnosi e un numero incredibile di BES di ogni tipo in classi con 25 alunni…
– i genitori che proprio non riescono a stare dietro alla marea di compiti che saturano il loro pochissimo tempo libero e piuttosto rinunciano, vada come vada dicono, a costo di passare per madri e padri che dei figli se ne fregano…
– i sacerdoti e le suore alla moda di don Lorenzo, che guardano lontano, hanno coraggio e capiscono che il loro ruolo di educatori potrebbe essere una risorsa all’interno di questo sistema confuso, malato se solo potessero uscire un po’ dal seminato… C sono ultimi i primi anzi soprattutto i primi: della classe, i volonterosi, gli intelligenti, i competenti, quelli brillanti e intraprendenti di cui da un tempo immemore non ci si è più occupati perché tutte le attenzioni sono a favore di chi fa fatica, è disabile, immigrato, figlio del padre disoccupato. Così che, per far quadrare il tutto, si è omogenizzato il genio e nella valorizzazione del talento nessuno è più coinvolto. Salvo poi lamentarsi della fuga del cervello raffinato e colto. Attenzione: non sono necessariamente figli di ricchi, anzi. Sono così di loro, resilienti. Poi ultimi sono i bisogni esplosi non perché prima non ci fossero ma perché a furia di non vederli e non affrontarli hanno creato una gigantesca bolla.
Immaginando di essere uno studente, ho provato a scrivere una nuova Lettera a un professore o a una professoressa.
Non so perché, a tratti mi è venuta un po’ “rappata” con quel ritmo strano con cui i giovani “cantano parlando” in rima componendo, a volte, poesie straordinarie intrise di dolore, speranza, amore e vaffanculo a profusione.

TAKE CARE PROFESSORESSA

Mi chiedi per colpa di chi, di cosa la scuola è così malmessa?
Sai Prof, vedervi girare come criceti su una ruota, incapaci di fermarla e affrontare ogni genere di cosa è penoso ed è lo specchio di un’irresponsabilità diffusa. Proprio come i bambini, tutti puntate l’indice contro qualcuno o qualcosa; nessuno ha il coraggio di parlare in prima persona, nessuno si assume il proprio pezzo di storia. Vi rimpallate le colpe delle infinite energie sprecate, dei soldi rubati, delle ricette sbagliate… come se in ballo ci fosse “solo” l’aver bruciato una purea di patate. Invece c’è in ballo la nostra vita che, non vorrei dire, è anche la vostra.

Da buon arrogante quale sono diventato, do io il “buon esempio” e dico che tutti abbiamo contribuito alla creazione di un sistema impazzito, dove le strutture socioCeconomicoCecologicoC culturali sono schizzate in miliardi di frammenti d’ideologie, mode, correnti religiose, politiche, valoriali. E’ come un’immensa Babele dove tutti parlano l’Inglese senza dirsi niente. E’ come una coperta infeltrita, sempre più corta che se ti copre fino alle orecchie, è perché ti lascia la pancia scoperta. E’ tutto sempre più liquido, si dice, come nuotare in un’orzata dolciastra e sporca. Ci si vede poco e per di più in maniera distorta.

La colpa la diamo alla velocità dei cambiamenti, al web, allo smartphone, al troppo benessere. La colpa è della politica interna e comunitaria, della finanzaCputtana, degli americani, dei musulmani, dei cinesi e del Vaticano. Della destra, del centro e della sinistra e di chi non è né di destra né di centro né di sinistra e di chi non vota. E’ colpa dell’inquinamento, dei cambiamenti atmosferici, della guerra. Della mancanza di fondi, la burocrazia, la priorità che va ai nuovi poveri, ai malati, ai vecchi, agli immigrati, ai terremotati, ai licenziati. La colpa è di Dio. Se un dio ci fosse.

E’ possibile che di me, di te, di tutti voi in questa lista non ci sia traccia? E’ mai possibile che la colpa sia sempre di un’entità remota, grossolana, astratta?
Che tu papà, mamma, nonni, psicologi, amministratori e professori, voi personalmente, non abbiate sbagliato niente? Mi preoccupa assai questa mancanza di “peccato” perché significa che non vi siete ancora guardati dentro. Respons<abilità non è il sinonimo di colpa ma significa abilità a dare risposta ed è la caratteristica che distingue gli infanti dagli adulti, i piccoli dai grandi. Sicché, mi viene da dire, che di veramente adulto qui non c’è nessuno e di adultiCGrandi men che meno. Forse qualcuno, ma è ancora poco. Occorre una massa critica di uomini e donne, che anziché girare in tondo alle questioni prendendo partito, provino a comunicarsi a vicenda i propri errori del passato e che rischino ancora di sbagliare ma con l’intenzione lucida di voler collaborare nel cambiare strada, idea, approccio, guardando le cose da un’angolatura diversa, anche da quella della presunta parte avversa. Molto di ciò che s’è costruito e distrutto è buono, forse, anzi certamente da attualizzare ma di sicuro c’è moltissimo da conservare.

Vuoi sapere cosa penso a proposito di don Lorenzo? Che alle riforme lui disse basta e forse è ora che tutti dicano la stessa cosa.
Don Milani lasciò tutti i tavoli e le sterili trattative, girò le spalle all’autorità vescovile e ricominciò con quel che aveva: una visione dove quel che contava non era l’istruzione fine a se stessa ma era il cuore, il suo I CARE, il prendersi cura, l’educazione. Lui non era certo un riformatore ma neppure un rivoluzionario. Don Lorenzo lassù a Barbiana ha trasformato l’acqua in vino, come il Maestro che l’ha preceduto.

Il punto non riformare la scuola ma trasformare la sua sostanza: da mero ente d’istruzione, dove quel che conta è la nozione, a tempio dell’apprendimento dove istruzione e educazione sono fuse in un abbraccio e dove posso educere, fare emergere, tutta la bellezza che mi esplode dentro. Un luogo dove imparare significa veramente coniugare il sapere e il saper fare, il saper essere e l’osare. Sei d’accordo prof su questo punto: per trasformare le cose fuori occorre trasformarsi dentro? Per educare i giovani bisogna educare se stessi a un perenne cambiamento?

Occorre interrogarsi sul senso, voi dite.
Allora incominciamo, t’interrogo io a questo giro.
Che senso ha una scuola che si preoccupa del fatto che fra dieci anni io sia un buon operario specializzato e che per esserlo ho bisogno dell’inglese e di uno straccio di diploma tecnico, quando nessuno sa educare le mie emozioni e non so come gestire la mia ansia, la mia rabbia, non so cosa vuol dire fare fatica o frustrazione? Che senso ha una scuola che decide oggi che posto io debba avere nella società produttiva di domani se fatico a trovare il mio posto nel casino della mia cerchia famigliare? Non è un po’ aberrante una scuola affetta da sensi di colpa, che si chiede se sia o non sia giusto bocciarmi quando la mattina non trovo un briciolo di motivazione per alzami? E’ normale una scuola che non capisca che tutto accade C voglia, motivazione, interesse e coraggio C solo quando sento che quel che faccio mi avvince e ne trovo il senso perché è cibo per il cuore, non solo per l’intelletto?
E non ditemi che alla mia età di default dovrei essere felice, per favore! Piuttosto interrogatevi sul fatto che nessuno sia felice di venire a scuola, sia a studiare sia a lavorare.

Dimmi prof: tu sei felice? Non dico solo qui, ma in generale. Perché se non hai imparato a esserlo non puoi pretendere che io lo sia. Sono di una generazione strana di “prototipi cerebrali”, molto intelligenti ma anche super sensibili e viscerali. Vedo la tua rabbia e la tua tristezza da come metti il piede in classe, dal modo in cui dici “siediti” e “taci” e da quella strana tosse; da come mi guardi o non mi guardi, da come ti aggiusti i capelli e ridi. Io fiuto il tuo umore come un animale, capisco con l’istinto il tuo gusto o il disgusto d’insegnare. Non esiste professoressa, che mi dici che devo imparare a gestire le mie emozioni e i miei impulsi, se me lo urli con la faccia tutta rossa e la giugulare che ti scoppia! Take Care professoressa. Te lo dico con affetto: prenditi cura di te stessa.
Perché dovrei impegnarmi e appassionarmi alla tua materia se tu stessa non sai bene a cosa serva? Non basta che ti piaccia l’algebra per saperla insegnare e farmela, non ti dico amare, ma almeno capire.
Educa da te stessa gli strumenti per costruirti una vita felice: tenacia, autostima, resilienza, empatia, immaginazione, assertività, coraggio, gioia, ironia. Lascia che sia io per una volta a rimandarti in questa materia. Hai passione per la tua vita? Ti stai impegnando nel realizzare i tuoi sogni?
Perché tu e i miei genitori, non potete impormi d’essere ciò che voi non siete: felici, cooperativi, impegnati. Ami il tuo lavoro? Perché se la scuola è il tuo ammortizzatore sociale, io ti butto fuori. E’ di uno capace di darmi un esempio d’impegno umano (+ umano) che ho bisogno, ancor prima del bel curriculum e del punteggio alto.

Voglio dirti anche che a dispetto di quel che pensi, oggi come ieri io voglio da te regole e rigore, ti giuro che nel profondo lo voglio perché ne ho bisogno per crescere, professore. La differenza con i ragazzi del passato è forse che io so meglio discernere se lo stesso rigore che mi chiedi, lo pretendi da te stesso e se così non è, m’incazzo.

Non voglio in te un amico, prof che palle con ‘sta storia dell’amico! Mio padre vuole essermi amico, mia nonna si fa le canne con me per essermi amica. Io voglio una guida, certo che non mi sia nemica ma nemmeno un pari, qualcuno che io possa guardare dal basso in alto con stima, un prof né giovanile a tutti i costi né perfetto ma affidabile, empatico e vitale. Preparato. Insomma, uno onesto. Un uomo, una donna che possibilmente sappia cosa sia I CARE e al contempo sia autorevole perché è sempre quello il nodo: tenere insieme il potere e l’amore. Ne sei capace professore? Io, oggi come ieri, come te, come tutti voglio amare ed essere amato, che non significa cose come non essere bocciato, ma essere riconosciuto! Chissenefrega se mi hai promosso, ma non mi hai mai visto veramente dentro! E poi, crescendo voglio saper dire “io posso”: cambiare, provare, sbagliare e ritentare, imparare a essere felice. Io posso fare la differenza. Ecco: il potere dell’amore prof, vorrei imparare.
Fra voi preti e suore c’è qualcuno disposto a insegnarmelo con la testimonianza senza obbligarmi in prima battuta a pregare? Cosa c’entrate voi con la scuola mi dite? All’apparenza niente eppure voi potreste fare una grande differenza nell’aiutarmi a mettere ordine nella mia mente. E invece passo anni a chiedermi a cosa serva recitare quelle formule, dire quelle parole.
Don, tu che mi parli di Gesù Cristo, pensi che non capisca che era un figo pazzesco? Però mi domando: tutte quelle ore passate davanti a un altare, che senso hanno? Mi spiace, proprio non lo capisco e appena posso scegliere, da lì esco. Devi trovare un altro modo, don. Un modo che mi faccia battere il cuore, che prima di arrendermi al mistero di Dio mi permetta di fare l’esperienza viva, attraverso di te, di cosa sia il Suo Amore.

Quando mi oppongo e ti provoco con comportamenti dirompenti, menefreghisti, apatici lo faccio perché sento che hai paura di me professore e lasci spazio al mio essere arrogante. Non funziona più l’autoritarismo ma io posso riconoscere l’autorità del tuo rango solo se tu per primo ti senti autorevole e autorizzato! Quando ti sfido con domande cui non sai rispondere, è perché grazie al web mi sento a volte più informato. Detto ciò non significa che io sia cresciuto! Anzi, rimango sempre più a lungo piccolo. Ed è su questo punto, dell’aiutarmi a crescere che ti senti preso dentro, come incastrato. Sì lo so, ti chiedi cosa ci stanno a fare i miei genitori se a te parte del loro ruolo è delegato. Dici che tu alla mia educazione non sei tenuto ma solo a insegnarmi l’uso corretto della lingua e a fare di conto. In un certo senso hai ragione ma mettiti in testa che tutto è cambiato e che voi, tu e i miei, siete sulla stessa barca educativa e dovreste remare insieme nella stessa direzione.
E invece sai qual è la cosa che più mi getta nel caos? Vedere che non sapete comunicare e il vostro litigare non porta a niente. Vi rimpallate inefficienze e incompetenze sulle mie presunte deficienze e reciprocamente, davanti a me vi sputtanate. Andate affanculo con le vostre stronzate su chi dovrebbe fare cosa sulla mia pelle! Non lo capite? Se distruggete la vostra autorità a miei occhi, io non posso più affidarmi, non so a chi credere, a chi appoggiarmi! Non mi resta che distruggervi entrambi, genitori e professori!

Perché non provate una via diversa? Per esempio a comunicate avendo rispetto l’uno del lavoro dell’altro, delle competenze e delle difficoltà nel farmi funzionare? Perché, mamma e papà, d’insegnanti preparati ce ne sono tanti… basterebbe lasciarli lavorare!

E a proposito del mio mal funzionamento che c’è, perché io davvero sto male: quando m’inviate dallo psicologo per “riparare” le mie valvole bruciate o dal neuroCpsichiatra per avere quelle diagnosi tanto agognate che vi confermano, se non altro, che sono nata guasta o che a un certo punto mi sono guastata, non pensate grazie ai farmaci d’averla risolta! Io vi avverto: se non vi mettete anche voi in gioco, l’inferno è solo l’inizio. Io metto a ferro e fuoco tutto: casa, scuola, oratori, assessorati e gli studi di quegli psicologi sfigati che vi spillano un sacco di soldi illudendovi di potermi riparare senza dover parlare della nostra disfunzione famigliare.
Perciò in questa mia complessa storia di rotture e riparazioni ci sono tutti: genitori, presidi, sacerdoti, allenatori, psicologi e assistenti sociali ma in particolare sei coinvolto tu maestra, professore, professoressa. Mi dispiace. D’ora in poi non puoi più fare solo l’istruttore ma è indispensabile che ritorni a essere un educatore un po’ come don Lorenzo ti ha mostrato: facendo con quel che c’è, con pochi soldi e un amore infinito.”

Intervento fatto da  Dott.ssa Monica Antonioli durante UMANO PIU’ UMANO 4 – Tavola Rotonda a Cinquant’anni dalla Scuola di Barbiana di Don Milani